Senigallia e la Comunità Misa-Nevola: uno sguardo storico

Il fiume Misa di Senigallia

Il territorio di Senigallia e delle valli del Misa e del Nevola è particolarmente ricco di tradizioni di memorie storiche:le sue popolazioni hanno saputo elaborare nel tempo una cultura complessa che spazia dalla civiltà contadina e mezzadrie ai sentimenti di solidarietà e di coraggio della gente di mare, dall'orgoglio campanilistico e di autonomia cittadina fino alla vivace imprenditorialità novecentesca.
A partire dallo stanziamento delle popolazioni celtiche lungo la valle del Misa (V-IV secolo a.C.), si svilupparono intensi contatti e scambi con altri popoli (Etruschi, Umbri, Piceni, Greci, attestati da numerosi reperti archeologici) così come un'integrazione sempre più forte tra la zona costiera e quella collinare.
L'antica Sena fu la prima colonia adriatica sull'Adriatico (248 a. C.) e sotto la lunga dominazione romana essa si distinse come sede militare importante e come centro di progressivo sviluppo.

Nel Medioevo Senigallia, risollevatasi prima dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e poi dopo la crisi post-bizantina, intraprese la sua vocazione commerciale e marittima e, approfittando della continua lotta tra Papato e Impero, divenne agli inizi del XII secolo libero Comune, seguita nel 1194 da Ostra, che dopo una lunga fase di fermenti popolari si sottrasse all'egemonia degli arcivescovi di Ravenna, e nel 1291 da Corinaldo, che si vide riconosciuta, dopo aver combattuto contro Cagli ed essersi sottomessa alla potente città di Jesi, l'autonomia comunale da papa Nicolò IV; dal canto suo, Arcevia, roccaforte inespugnabile con notevoli tradizioni culturali e artistiche, fu la chiave di controllo di tre aree (Marca, Umbria, Ducato di Urbino) e nel XIII secolo sottomise una quarantina di castelli alle sue leggi. Queste tradizioni di autonomia e di egemonia vennero meno con la fine del Medioevo. Tuttavia, Senigallia conobbe con i Della Rovere un periodo di grande notorietà ed una fisionomia squisitamente rinascimentale.

La città (e il suo circondario) entrò definitivamente, nel 1631, nello Stato pontificio, ma ciò non attenuò la sua funzione di porto commerciale, di sede della fiera franca, tra le più importanti della penisola tra Sei e Settecento (con più di 50.000 forestieri e mercanti provenienti dall'Europa centrale e dal vicino Oriente), e di polo di una vasta ristrutturazione architettonica e urbanistica (ampliazioni del 1746 e del 1751).
In seguito alle diverse occupazioni francesi (1797, 1808), il territorio vide dapprima maturare gli ideali liberali e patriottici e poi partecipare con entusiasmo e impegno, in parte superiori a molte altre località marchigiane, al processo risorgimentale: l'euforia per l'elezione al soglio pontificio del senigalliese Pio IX (1846), l'accorata partecipazione alla Repubblica Romana (1849) e le trame intessute (1859-60) per porre fine alla datata dominazione papalina ed entrare nel Regno sabaudo e italiano, ne furono le manifestazioni più evidenti.

Dopo il ristagno socio-economico della seconda metà dell'Ottocento, Senigallia ha conosciuto con il Novecento la sua vocazione turistico-balneare senza peraltro rinnegare le profonde radici con l'asse di fondo della sua continuità storica, rappresentato appunto dal binomio mare-campagna: in questo secolo si è pure sviluppata un'intensa imprenditorialità, affine al modello marchigiano e sensibile alle sfide poste dalla società massificata e capitalistica.
Nel dna della popolazione di Senigallia e di quelle delle due valli limitrofe si ritrovano caratteristiche variegate: l'impegno e l'assiduità nel lavoro; i principi di solidarietà, familiarità, reciprocità e assistenza; la capacità di resistere a traumi profondi e inaspettati (le numerosissime dominazioni straniere, il terribile terremoto del 1930, etc.); la coesistenza tra culture politiche e civili antitetiche (la diffusa devozione cattolica e il forte radicamento dei principi laici, democratici, repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici); una forte spinta verso la modernizzazione insieme al culto dei valori familiari e tradizionali.
Una comunità dunque polifonica, memore del proprio passato, proiettata verso il futuro.

prof. Marco Severini
Università di Macerata